Diana Vreeland


Diana Vreeland, una leggenda.


Splendidamente brutta, potremmo dire, usando quel suo modo di esprimersi ridondante, fatto di ossimori e iperboli.


Un “errore bizzarro” la definì sua madre, interdetta di fronte alla poca avvenenza di quella figlia dalla magrezza quasi emaciata e dal naso imponente, contrapposta alla grazia angelica della sorella Alexandra.


Diana, la brutta che fece di sé il manifesto vivente di un'eccentricità studiata in grado di valorizzare anche la sua figura disarmonica.


Diana, che osò accentuare la magrezza indossando i pull al contrario, cosicchè le spalle risultavano ancora più ossute, che ardì raccogliere i capelli in uno chignon, in modo che il grosso naso campeggiasse trionfalmente libero nella faccia sottile.


Diana, che a trent'anni diventa direttore di Harper's Bazaar e poi di Vogue America.


Diana, che nel 1971 è consulente del Metropolitan Museum, per il quale organizza mostre sul costume e sulla moda.


Diana Vreeland, donna di un talento unico, che seppe inoltrarsi nei territori ancora intatti di uno stile personalissimo, e indurre le donne ad osare, perché “Non bisogna aver paura di essere volgari, solo di essere noiosi”.


Il nipote Alexander Vreeland, curatore della memoria della celebre nonna, ha ideato, in collaborazione con Nasi d'eccezione, una collezione di fragranze che portano i nomi delle famose esclamazioni della fashion editor e che rispecchiano la verve della grande, indimenticata, poliedrica Diana Vreeland.

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